Potrebbero superare sei milioni i lavoratori coinvolti dallo smart working nei prossimi mesi, tra settore pubblico e privato. La riapertura delle attività produttive dopo la fase più acuta dell’emergenza Coronavirus non comporterà il crollo del ricorso al lavoro agile, perchè resta l’esigenza di non affollare gli uffici e di garantire una rotazione delle presenze in chiave anti-contagio. E non finirà neanche il ricorso al lavoro agile nella Pubblica amministrazione, per la quale la ministra Fabiana Dadone ha già annunciato che con i sindacati sta cercando «gli strumenti migliori per far sì che un cambiamento improvviso possa trasformarsi in una rivoluzione permanente».

Durante il lockdown sono stati due milioni gli italiani che hanno lavorato da casa, almeno per qualche giorno alla settimana. Ma questo numero sarà da rivedere al rialzo, secondo Mariano Corso, responsabile scientifico dell’Osservatorio sullo smart working della School of management del Politecnico di Milano: «La cosiddetta Fase 2 - spiega - sarà più intensa della fase 1 sotto il profilo dello smart working, perché nel periodo dell’emergenza avevamo interi pezzi di filiere produttive bloccati. Ora, per consentire la ripresa delle attività che non possono essere svolte da remoto, come la manifattura, sarà necessario incentivare, nelle stesse aziende, lo smart working per coloro che invece possono lavorare da fuori, per evitare la compresenza di tutti nelle sedi. Ci sono poi una serie di attività anche non impiegatizie - continua Corso - come la manutenzione e il controllo di determinati impianti, che grazie alla digitalizzazione si potranno svolgere in smart working».

A spingere il lavoro agile ci sono poi i protocolli di sicurezza adottati da aziende e sindacati, che lo annoverano tra gli strumenti per garantire una maggiore sicurezza dei lavoratori contro il rischio di contagio da Covid-19. «Stimiamo tra sei e otto milioni di lavoratori - conclude Corso - la forbice dei dipendenti del settore pubblico e del privato che potrebbe ricevere nei prossimi mesi la proposta di lavorare in smart working, anche solo per alcuni giorni alla settimana».

Sarà una sfida che richiederà anche un adeguamento tecnologico, se come rileva l’Osservatorio sul lockdown Nomisma-Crif, il 33,8% degli italiani non ha Pc o tablet, e il 18% dei lavoratori in smart working ha dovuto acquistare strumenti per lavorare da casa (Pc,
tablet, webcam).

Lo smart working come misura di prevenzione

Nell’emergenza Covid-19, lo smart working è passato rapidamente da forma di lavoro raccomandata a unica possibilità di continuare l’attività lavorativa - o quantomeno una parte di essa - per le aziende chiuse. Ora, nella Fase 2, il lavoro agile diviene una fondamentale misura di prevenzione. Se infatti il distanziamento sociale e il divieto di assembramento sono i comandamenti principali che devono essere osservati per contenere il contagio, va perseguita, per quanto possibile, una «rarefazione delle presenze dentro i luoghi di lavoro», come afferma nelle premesse il Protocollo del 24 aprile 2020, sottoscritto dalle parti sociali su invito del Governo e allegato al Dpcm del 26 aprile 2020.

Dunque il lavoro da remoto, laddove possibile, è in questa fase uno degli strumenti principali per ridurre la compresenza di lavoratori in azienda, e quindi il rischio di contagio. Il Protocollo lo dice in modo molto esplicito. Già nelle premesse si raccomanda il massimo utilizzo di modalità di lavoro agile per tutte le attività che possono essere svolte al proprio domicilio o in modalità a distanza. Nelle disposizioni di dettaglio sull’organizzazione aziendale, poi, oltre a ribadire l’opportunità della chiusura di tutti i reparti che possono operare in smart working, si precisa che «il lavoro a distanza continua ad essere favorito anche nella fase di progressiva riattivazione del lavoro in quanto utile e modulabile strumento di prevenzione».

Lo stesso concetto è ribadito nel «Documento tecnico sulla possibile rimodulazione delle misure di contenimento del contagio da Sars-CoV-2 nei luoghi di lavoro e strategie di prevenzione» elaborato e diffuso dall’Inail in aprile, nel quale si riconosce che il lavoro a distanza si è rivelato, già nella prima fase, una soluzione efficace che ha permesso la continuità dei processi lavorativi e, allo stesso tempo, ha contribuito in maniera sostanziale al contenimento dell’epidemia. Se ne raccomanda quindi l’utilizzo anche nella fase della ripresa lavorativa.

Per completare il quadro, va ricordato che l’utilizzo o meno dello smart working rientra nella check list, allegata alla nota dell’Ispettorato nazionale del Lavoro del 20 aprile 2020, che gli ispettori useranno nelle verifiche sull’osservanza da parte delle aziende dei protocolli anti-contagio. Da tutto ciò si ricava che il ricorso allo smart working, che pure non è di per sé obbligatorio, rientra fra le misure fortemente raccomandate per la prevenzione del contagio nei luoghi di lavoro. Un rientro massivo e indiscriminato in azienda di chi finora ha lavorato in smart working, soprattutto se privo di giustificazione, potrebbe dunque essere considerato un inadempimento alle prescrizioni di sicurezza, con tutte le conseguenze del caso.

di Aldo Bottini e Valentina Melis dal Sole 24 Ore Enti Locali

11 Maggio 2020

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