È stata definita una vera e propria rivoluzione quella alla quale abbiamo assistito nelle ultime settimane che ha riscritto da capo a coda l'operare della pubblica amministrazione, che in tempi record, ha attuato lo smart working in percentuali ben più elevate rispetto a quelle minime imposte dalla legge. Ma più che un rinnovamento delle opere, peraltro magistralmente riuscito, serve ora una rinascita del pensiero e dello spirito, se come si auspica, terminata la fase di emergenza, si vorrà portare fuori dalle spinte e dalle ragioni del temibile virus, un'importante occasione di crescita e di competitività per gli apparati pubblici.
Unicamente un cambio radicale e veloce della prospettiva sin qui sposata da governi e opinione pubblica in riferimento al dipendente pubblico, potrà salvare questa preziosa esperienza che se, come noto, nella fase emergenziale è stata guidata da spinte che hanno avuto a che fare più con la paura e la solerzia necessaria al contenimento del virus, fuori dalle attuali preoccupazioni di minimizzazione degli spostamenti e di distanziamento sociale, può costituire l'occasione per ripristinare la fiducia troppo spesso negata ai dipendenti del settore pubblico e modernizzare gli apparati. Si, perché lo smart working prima ancora che accordo tra le parti, prima ancora che discipline interne e percentuali - tutti passaggi disciplinati compiutamente nelle norme che dal 2015 al 2017 lo hanno regolato fino ai decreti Covid di marzo e aprile - è fiducia tra e verso gli apparati pubblici. Il lavoro intelligente deve prima abbandonare le zavorre del dubbio, della circospezione e della diffidenza con cui si guarda al lavoro nella pubblica amministrazione; un viatico pessimo soprattutto in uno scenario evolutivo dell'istituto. La prestazione di lavoro perimetrata in un tempo e in uno spazio predefinito si presta senz'altro a un controllo datoriale maggiore e a un concetto del lavoro sin qui ancora fondato prevalentemente sulla remunerazione del tempo e sul controllo costante della prestazione.
Ma eravamo, poi, così sicuri che si potesse davvero standardizzare il tempo di una pratica sulla scorta dell'esperienza, quando l'esperienza è fatta di persone e le persone hanno tempi e velocità differenti? Al di la dei tempi limite, fissati sempre dalla legge e dai regolamenti, forse continuare a remunerare prevalentemente il tempo (ordinario o straordinario) di chi opera non è più un'idea così attuale. Il tempo impiegato in un'attività è spessissimo frutto di inclinazioni individuali che hanno a che fare in parte con le competenze, ma soprattutto con l'indole del collaboratore, con le sue attitudini, con la sua più o meno marcata capacità di mediazione, di analisi, di decisione, di semplificazione, con la consapevolezza del proprio ruolo, fattore determinante che aiuta a evitare il rimando, troppo spesso luogo di stagnazione dei tempi e delle pratiche nella pubblica amministrazione. Perimetrare la prestazione in un tempo e in una stanza non è stato sin qui solo l'unico sistema sperimentato negli enti pubblici, ma è stato anche il luogo e lo spazio dei tavoli sindacali, che si sono concentrati sulle varie modalità di resa di quella prestazione sollecitando, a seconda dei casi, corrispondenti istituti di tutela per il lavoratore, a volte buoni, a volte eccessivamente lontani dal tema della qualità della prestazione, sul quale la parte datoriale ha spesso faticato a ricondurli. Ecco, ora che la prestazione si smarca da questi confini per spostarsi nel non luogo e nel non tempo occorre partire anzitutto da un'opera importante di revisione degli schemi e del pensiero. Pensare e organizzare i processi, programmare su base temporale predefinita anche le attività ordinarie; individuare quali prestazioni sono assolutamente incompatibili con il lavoro agile; pensare anche al tempo, certamente, ma solo come limite massimo di restituzione della prestazione convenuta col datore di lavoro. È da questa profonda attività di analisi che occorre partire se non vogliamo che lo smart working sia stato solo un utilissima misura antivirus che ha concorso a contenere gli spostamenti casa-lavoro e le occasioni di contatto tra le persone.
Ogni innovazione che intende radicarsi non necessita né di ombre, né di apparati sanzionatori (si legge ultimamente di sanzioni da applicarsi ai dirigenti della Pa che non si adeguano alle direttive ministeriali in tema di lavoro agile); serve, piuttosto, analisi, consapevolezza, adeguatezza.
Sul versante dei dipendenti occorre, poi, valutare che il lavoro smart richiede una motivazione forte, un livello di autonomia importante e una spiccata propensione al problem solving.
E infine, tornando alle ombre, una riflessione. Come possono ancora stare insieme scelte tanto moderne e riformatrici come questa con spinte rigoriste animate dal malpensiero come quella di rilevare le impronte digitali dei furbetti del cartellino?
Pratica, quest'ultima ritenuta eccessiva - ricordiamolo - non dal comune sentire o dal legislatore, ma da una autorità indipendente di controllo.
Con ciò, se da un lato non si intende affatto negare che la pubblica amministrazione vive delle grazie del lavoro agile, così come della bruttezza dei furbetti del cartellino, (non molti-invero-all'esito dei procedimenti) è innegabile, d'altro canto, che se il datore di lavoro deve prelevare i dati biometrici del dipendente per vedere se registra onestamente l'entrata e l'uscita dal servizio, vuol dire che i tempi potrebbero non essere ancora maturi per spostare la prestazione fuori dal tempo e da quello spazio di confort che ci consente il controllo.

di Rossana Salimbeni (*) - Rubrica a cura di Anutel(*) Funzionario amministrativo, Comune di Rimini dal Sole 24 Ore Enti Locali

18 Maggio 2020

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