Non è chiaro se i 400 milioni aggiuntivi previsti dalla legge di bilancio in arrivo siano davvero sufficienti a far partire le trattative dei rinnovi contrattuali. In questa fase del resto è difficile fare previsioni fondate su qualsiasi argomento, ed è complicato anche non vedere il rischio di una nuova ondata di polemiche contro i dipendenti pubblici se si alimenta il classico dibattito sui soldi in busta paga mentre la crisi più grave del dopoguerra brucia redditi e posti di lavoro. 

Una certezza però c’è, e arriva dalle regole contabili. Il costo complessivo dei rinnovi contrattuali, in base alle risorse che la manovra completerà per i dipendenti statali, arriva a 6,7 miliardi di euro secondo i dati forniti dalla stessa Funzione pubblica (Enti locali & edilizia di venerdì). Nel caso di enti locali e Regioni, come accade anche per l’università, saranno i singoli bilanci a dover trovare i fondi necessari alla copertura, in base ai parametri che saranno individuati con decreto da Palazzo Chigi. La relazione tecnica alla legge di bilancio, quando le lunghe settimane dell’approvazione «salvo intese» cederanno finalmente il passo ai testi, aiuterà a chiarire il quadro. Ma già oggi è facile calcolare che con la nuova aggiunta decisa dal governo l’accantonamento obbligatorio negli enti territoriali non si fermerà troppo lontano dal miliardo di euro. 

Per capire l’ordine di grandezza basta fare una proporzione con l’ultima tornata contrattuale, quella relativa al 2016-2018. In quel caso il costo complessivo sostenuto dalla finanza pubblica per garantire un aumento del 3,48% della massa salariale fu vicino ai 5 miliardi. E negli enti territoriali i nuovi contratti assorbirono poco meno di 700 milioni strutturali. Ora con 6,7 miliardi, e un incremento medio che sempre Palazzo Vidoni indica nel 4,12%, l’indicatore sale intorno a quota 900 milioni. In larga parte questa cifra è a carico dei Comuni, il resto si spalma fra Città metropolitane, Province e Regioni (ma queste ultime devono fare ovviamente i conti anche con la sanità). 

Non è facile, si diceva, prevedere se i 6,7 miliardi sopravviveranno davvero alle nuove esigenze di finanza pubblica destinate a emergere progressivamente per il prolungarsi della crisi. Quel che è certo sono invece gli obblighi di accantonamento. 

Che non sono solo un problema contabile. La dinamica del costo del lavoro nelle amministrazioni locali ha infatti anche un impatto diretto sui parametri che decidono i nuovi spazi assunzionali, dopo che l’addio al criterio del turn over basano i programmi sul rapporto fra entrate stabili e spese di personale. Il debutto nel pieno della pandemia che ha colpito gli incassi degli enti locali non è stato facile, per usare un eufemismo, e ha moltiplicato i dubbi fra gli amministratori che devono calcolare le assunzioni possibili e i revisori dei conti che dovrebbero certificarne la sostenibilità finanziaria nel tempo. Questo esercizio acrobatico ora si arricchisce di una variabile aggiuntiva, determinata proprio dagli obblighi di accantonamento maggiori rispetto agli anni scorsi determinati dall’esigenza di agganciare gli aumenti previsti per i dipendenti dello stato e degli enti pubblici nazionali. 

La sfida, insomma, è complessa, e si innesta in un quadro di rapporti sindacali resi complessi dalle incertezze sul nuovo round di lavoro agile e flessibilità oraria in entrata e in uscita chiesto dal decreto della Funzione pubblica firmato la scorsa settimana nel tentativo di reimbarcare la Pubblica amministrazione nella battaglia collettiva contro la pandemia. 

di Gianni Trovati dal Sole 24 Ore Enti Locali

26 Ottobre 2020

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