Nella Pa lavorano 1,14 milioni di amministrativi e tecnici. Solo per il 24% di queste posizioni è richiesta la laurea. Ma i laureati veri sono ancora meno, perché spesso sono diplomati a ricoprire quelle funzioni.

 

Nel nuovo Rapporto sul lavoro pubblico appena completato, l’Aran si avventura in un’analisi inedita sulle competenze del capitale umano nella Pa. I numeri sono eloquenti nel misurare la carenza di competenze tecniche. E spiegano bene l’allarme fatto risuonare dal ministro per la Pa Renato Brunetta, che in vista dell’avvio del Pnrr ha portato alla riforma dei concorsi e ai tentativi di costruire procedure su misura per i giovani laureati.

 

L’analisi si è concentrata sugli impiegati, funzionari e dirigenti delle Pa centrali e locali, escludendo ovviamente gli insegnanti, i professori universitari e i medici. Lì la laurea è scontata. Il problema della «capacità amministrativa» necessaria ad attuare i programmi scritti nel Pnrr è altrove. È nella piramide schiacciata delle competenze chieste dagli ordinamenti della Pa.

 

Nei suoi uffici amministrativi e tecnici ci sono 1.143.882 scrivanie. La laurea è richiesta solo in 257.986 casi, il 24% appunto. Più consistente è il novero delle posizioni che si possono occupare con la sola scuola dell’obbligo: si tratta di 399.195 posti, il 35% del totale, rappresentati per una fetta consistente da custodi, commessi, autisti, cioè dalle figure della vecchia amministrazione che con l’evoluzione digitale diventano sempre più secondarie. Il gruppone più consistente sono i posti da diplomati: 468.700, il 41% del totale.

 

Ma c’è di più. L’evoluzione degli organigrammi è andata nel senso contrario a quello che ci si potrebbe aspettare dopo anni di discussioni su competenze e capitale umano. Perché nel tempo i posti per laureati si sono addirittura ridotti, erano il 26% nel 2012, mentre sono aumentati quelli che si possono occupare con il solo diploma (erano il 38%). Il tutto in uno stagno che si è prosciugato, perché rispetto al 2009 le posizioni amministrative e tecniche si sono ridotte del 14,5 per cento.

 

Spesso, poi, nella realtà degli uffici pubblici anche i posti che richiederebbero la laurea sono occupati da diplomati. Questo fenomeno, etichettabile come undereducation, riguarda il 26% delle posizioni ministeriali, sale al 27% nelle agenzie fiscali e tocca il picco del 38% negli enti pubblici non economici come Inps, Inail, Aci e così via. Il problema è più ridotto (12%) in Regioni ed enti locali, l’unico comparto dove invece si verifica il fenomeno contrario, abituale nel lavoro privato: l’overeducation, che vede persone impegnate in lavori per i quali si richiede un titolo inferiore a quello posseduto e che nelle amministrazioni territoriali interessa il 24% del personale.

 

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