Il livello massimo di crisi di un’organizzazione si ha quando questa si dimostra incapace, pur avendo le risorse, di reclutare le professionalità di cui ha bisogno. L’esperienza delle ultime settimane sul concorso per il Sud e per il Comune di Roma ci fornisce due dati: a causa di un mix tra sfiducia e scarso entusiasmo, i partecipanti, rispetto a chi presenta la domanda, sono pochi; la Pa, nonostante i buoni propositi, non attrae il capitale umano migliore.

 Le disposizioni “emergenziali” nate per aiutare le amministrazioni ad attrezzarsi per gestire le ingenti risorse del Recovery Fund e per attuare i programmi del Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) hanno messo in crisi le amministrazioni, evidenziando le difficoltà nel conoscere il mercato del lavoro e nell’individuare lo strumento migliore per reclutare le professionalità specialistiche di cui hanno bisogno. Ma reclutare elevate professionalità pone il pubblico in competizione con il privato, in un contesto nazionale che soffre per la mancanza di professionalità Stem (Science, technology, engineering and mathematics). Basterebbe leggere uno dei tanti Rapporti Excelsior. La ripresa post-Covid registra la difficoltà di molte imprese nel reperire le professionalità necessarie, con un ricorso obbligato alle agenzie per il lavoro e società specializzate che a loro volta fanno fatica a trovare le competenze tecniche, oggi richieste da tutti. Un analista del mercato del lavoro, a proposito di professionalità tecniche, avrebbe aiutato certamente a capire come predisporre i bandi.

 La digitalizzazione, ulteriormente accelerata dal distanziamento pandemico, porta oggi a richiedere anche in Italia un numero elevato di competenze tecniche che il nostro sistema formativo non è in grado di fornire. Non serviranno gli amministrativi (facili da trovare) in una Pa meno autoreferenziale, ma informatici, statistici, ingegneri, economisti, data analyst, che non riuscirà ad attrarre con gli attuali inquadramenti.

 Ma perché la Pa non è attraente? Perché conosciamo solo le malefatte e le inefficienze di questa, altro che employer brand reputation. Perché non sa remunerare le competenze, le esperienze, i rischi e le responsabilità. Ha retribuzioni di ingresso non competitive per i profili specialistici e percorsi di carriera condizionati dall’anzianità. Non prevede percorsi di aggiornamento e specializzazione. Non premia il merito. Non ha un welfare aziendale. Tranne in alcuni settori, sanità e difesa, non vi è più nel pubblico un patrimonio valoriale e culturale identitario. Anzi i ritardi e le inefficienze del sistema Italia vengono da tutti ormai attribuiti all’apparato “burocratico”, che con gli aggettivi che lo circondano ha ben poco di attrattivo. Soprattutto per le giovani generazioni, le quali accettano di partecipare a un concorso dopo aver fallito altri percorsi o aver verificato le difficoltà di placement o perché in difficoltà con l’attività professionale. In molti casi il lavoro nella Pa non richiama il “posto fisso”, ma il “posto morto”. Un luogo di lavoro che ti spingerà poi a trovare soddisfazione e gratificazione fuori. Ma ciò poco importa in un settore che non è abituato a misurare la produttività delle proprie risorse umane e a prendersi cura di esse.

 Ricordiamo che in Italia abbiamo almeno tre mercati del lavoro, geograficamente caratterizzati, e che l’offerta meridionale risulta prevalente per le difficoltà derivanti dal mercato del lavoro del sud. La crisi e l’incertezza economica stanno spingendo, inoltre, molti professionisti, soprattutto nel Mezzogiorno, a tentare la strada del concorso pubblico. Paradossalmente la Pa al Sud risulterebbe più attraente rispetto ad alcune professionalità, che in un contesto economico debole vivono nella precarietà. Ma su questo rileva ovviamente la propensione alla mobilità interregionale.

 Triste dirlo, ma oggi chi partecipa a un concorso pubblico, sceglie la Pa soprattutto perché assicura un posto stabile, secondo il patto non scritto per cui “ti pago poco ma ti chiedo poco”. Anche perché differenziare, valutare, premiare e sanzionare richiedono fatica e comportano impopolarità, in un contesto abituato ad altro.

di Francesco Cerisano dal Sole 24 Ore Enti Locali

02 Luglio 2021

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