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Ultimissima di Fedir

DM 71 E LA TOTALE CECITA' DEI GOVERNANTI ITALIANI SULLE FUNZIONI TECNICO AMMINISTRATIVE

Il dr. Simonetti con l'articolo sottoriportato ha ben evidenziato la questione su cui anche FEDIR con la nota del 24/3/2022 (che puoi leggere in fondo) è intervenuta.
La questione è quella dei parametri per il calcolo delle strutture complesse e semplici, che ha comportato in questi anni  la soppressione di numerossime UOC e UOS tecnico amministrative con conseguente degradazione di incarichi e stipendi della dirigenza PTA a parità o addirittura aumento di funzioni e responsabilità.
Quello dei criteri per la determinazione delle strutture tecnico amministrative è una questione che, insieme alla mancata sostituzione dei pensionati e disattenzione sulla formazione specifica della driigenza PTA, sta di fatto rendendo impossibile il corretto ed efficace  funzionamento delle attività amministrative senza che i governanti continuino a rendersi conto (o volersi rendere conto) che prima di una buona attività sanitaria occorre una buona attività amministrativa,

Testata

IL SOLE24 ORE SANITà

21.3.2022

TITOLO: Dm 71" e il "buio pesto" sul personale amministrativo e tecnico, da reimpiegare a costo zero

 

di Stefano Simonetti

 

Sul questo sito il 16 marzo scorso è stato trattato il tema del cosiddetto “Dm 71" sul riordino delle cure territoriali, segnalando che è stata rinviata l'Intesa in Conferenza Stato-Regioni. La problematica è sui tavoli competenti da molti mesi, appare complessa e di notevole importanza strategica per il futuro della Sanità pubblica.

Merita quindi un approfondimento per le parti che attengono al personale necessario per i nuovi standard, ricordando che per il suo reclutamento si agirà anche in deroga ai vincoli in materia di spesa di personale previsti dalla legislazione vigente, come stabilisce l’art. 1, comma 274 della legge di bilancio n. 234/2021. I contenuti del Dm 71 dovranno necessariamente essere coordinati con l’atteso (da tre anni) Dpcm che dovrà implementare dall'anno 2022 una nuova metodologia per la determinazione del fabbisogno di personale degli enti del Servizio sanitario nazionale.
Ma partiamo innanzitutto dal nome. Come ha efficacemente detto il Direttore generale dell’Agenas Domenico Mantoan, il Dm 71 è «un documento che c’è e non c’è» e anche la stessa denominazione è provvisoria – come provvisorio è il testo – dato che utilizza una figura retorica traslata che fa riferire la numerazione a un decreto già esistente perché la nuova normativa si pone come successiva e complementare degli standard ospedalieri che vennero definiti con il Dm 70 del 2015. Pur non entrando nel merito delle fondamentali tematiche sul tavolo della Conferenza Stato-Regioni, si può solo ricordare che il decreto realizzerà la Missione 6 del Pnrr, prevedendo standard organizzativi, quantitativi, qualitativi e tecnologici ulteriori rispetto a quelli previsti dallo stesso Pnrr e per la prima volta un decreto regolamentare avrà piena copertura finanziaria. I punti di specifico intervento sono elencati nei 15 paragrafi del documento allo studio di Governo e Regioni e spiccano subito interventi e figure istituzionali del tutto innovative: casa della comunità, infermiere di famiglia o comunità, unità di continuità assistenziale, centrale operativa territoriale, ospedale di comunità, telemedicina.
Per tutti gli ambiti di intervento vengono definiti a regime degli standard, con riferimento al personale dipendente e al personale convenzionato. Tuttavia gli operatori e le figure professionali indicati sono tutti appartenenti al ruolo sanitario e al nuovo ruolo socio-sanitario: nel documento non si cita mai il personale amministrativo, professionale e tecnico se non – di sfuggita – in un passaggio del paragrafo 5 dove si parla genericamente di "personale di supporto (sociosanitario, amministrativo)".

Ma una precisazione è piuttosto inquietante; quella di pag. 18 dove si afferma che "l’attività amministrativa è assicurata, anche attraverso interventi di riorganizzazione aziendale, da personale dedicato già disponibile a legislazione vigente nell’ambito delle aziende sanitarie, che si occupa anche delle attività di servizio di relazioni al pubblico e di assistenza all’utenza". Detto con altre parole, nessuna nuova assunzione, nessun cambio generazionale, nessun innalzamento del livello di scolarità, solo una ricollocazione di dipendenti che scoprirebbe altri servizi.
Riguardo alla definizione dei contenuti della bozza di decreto concernente i “Modelli e standard per lo sviluppo dell’Assistenza territoriale nel Servizio sanitario nazionale”, si deve dunque notare l’assenza di qualsiasi riferimento ai servizi amministrativi e tecnici e al personale, dirigenziale e non, ad essi addetto. Non c’è alcun dubbio che la componente non sanitaria del personale dipendente del S.s.n. è minoritaria, ma questo non vuol dire che la professionalità da loro espressa non sia altrettanto necessaria per il raggiungimento dei fini istituzionali.

Come si può pensare che per molte delle attività previste dal Dm 71 non sia indispensabile l’apporto di ingegneri e informatici ? Lo stesso personale amministrativo è titolare di funzioni e di linee di attività che comportano precise responsabilità giuridiche, professionali ed erariali che non possono essere banalmente definite di supporto. Se risaliamo all’unica fonte legislativa esistente in materia – l’art. 1 del Dpr 761/1979 - rileviamo semplicemente che “appartengono al ruolo amministrativo i dipendenti che esplicano funzioni inerenti ai servizi organizzativi, patrimoniali e contabili”, quindi a funzioni “proprie” senza alcun riferimento a situazioni di supporto, complementarietà o, peggio, di sudditanza.
Si dovrebbe invece cogliere l’occasione della prossima adozione del Dm 71 per rivedere anche alcuni aspetti del Dm del 2015 sugli standard dell’assistenza ospedaliera perché da sempre i parametri utilizzati per l’individuazione delle strutture semplici e complesse del S.s.n. sono stati definiti ricorrendo a criteri ed elementi tipici e finalizzati alla assistenza sanitaria ospedaliera e territoriale ma che nulla hanno a che vedere con la natura e la complessità delle funzioni svolte dai dirigenti professionali, tecnici e amministrativi in sanità.

Per essere più chiari, è assurdo che il numero delle strutture complesse che può istituire una azienda sanitaria sia legato ai posti letto o al numero dei cittadini residenti. Per tali funzioni - che come già detto non è corretto definire “di supporto” perché hanno uno spiccato perimetro di specificità - occorre fare riferimento a diversi e peculiari parametri che devono collegarsi a criteri quali l’entità delle risorse umane, finanziarie, tecnologiche, patrimoniali e dimensionali della singola azienda o ente ovvero ai livelli quantitativi e qualitativi delle convenzioni, del contenzioso, delle opere pubbliche, degli appalti gestiti, dei soggetti accreditati presenti sul territorio.
In conclusione, accanto ai Livelli essenziali di assistenza (Lea), ai nuovi Livelli essenziali delle prestazioni sociali (Leps) e agli Ambiti territoriali sociali (Ats), dovrebbero finalmente essere introdotti standard peculiari per la funzione amministrativa e le sue linee di attività, trovando una denominazione tipizzata ma evitando di ignorare che esistono. Fin da quando nacquero le vecchie Usl nel lontano 1981 nella determinazione degli organici quasi nessuno è riuscito a fare qualcosa di più nei riguardi del personale amministrativo di una mera e meccanicistica previsione percentuale rispetto al totale dei dipendenti, quasi a spanne.

Dopo così tanti anni non sembra che siano stati fatti grandi passi avanti, come dimostrano gli esempi che seguono:
• Regione Sicilia = massimo 10% per le Ao e 14% per le Asp della dotazione organica complessiva
• L’Arnas di Palermo = personale amministrativo e professionale, 7,2% della dotazione organica
• Asl Roma H = personale amministrativo, compresi dirigenti, 12 % del totale della dotazione organica
• Regione Abruzzo = personale appartenente al ruolo amministrativo e professionale (dirigenti e comparto) pari al 12% del totale delle unità di personale del ruolo sanitario e tecnico
• Regione Campania = per le Ao, personale appartenente al ruolo amministrativo (dirigenti e comparto) pari all’11% del totale delle unità di personale di ruolo sanitario, professionale e tecnico e il 14% per le Asl

NOTA FEDIR PROT 107 DEL 24/3/2022 CHE PUOI LEGGERE QUI 

Ultime Notizie dalla Rassegna Stampa

Donne ai vertici, solo la legge garantisce la parità

  • Donne ai vertici, solo la legge garantisce la parità

  • In occasione della elezione del Presidente della Repubblica è sorto un acceso dibattito sul fatto che questa volta avrebbe dovuto essere eletta una donna: questa vicenda, con il suo pessimo esito, è una occasione per fare alcuni rilievi di carattere generale sulla presenza femminile nella vita pubblica del nostro Paese. Cominciamo con la Magistratura che ormai ha un organico in maggioranza di donne e dove abbiamo visto una donna presidente della Corte costituzionale; ma il Csm tra i suoi 27 membri annovera soltanto 7 donne. A partire dal 2000 sono entrate molte donne nelle Forze armate e nelle Forze dell’ordine; sono, infatti, in attività numerosi Prefetti (40) e Questori (39) donna ma non risulta esserci un solo generale nelle quattro Armi e le quattro generalesse dei Carabinieri provengono dal Corpo forestale e dalla Polizia di Stato. Non molto diverso è lo scenario delle Università, laddove su 84 atenei si contano come Rettori 79 uomini e 5 donne. Sempre in ambito universitario, tra i 57.000 docenti è presente il 39% di donne ma, se si rileva la percentuale tra i professori ordinari, il numero scende al 25%. Dal dopoguerra abbiamo avuto ministri donne (poche, in verità). Tuttavia i 30 Presidenti del Consiglio e i 12 Presidenti della Repubblica sono stati sempre uomini. Addirittura ai tempi della monarchia in Italia vigeva la legge Salica che avrebbe impedito al popolo italiano di avere una regina come Vittoria o Elisabetta. Forte è stata la spinta, come si diceva, per la elezione di una donna al Quirinale ma non va dimenticato che quando sono stati scelti i Grandi Elettori regionali, su 58 delegati le donne sono state cinque soltanto.
    Nel tempo sono state approvate decine di leggi per la parità uomo/donna e per la promozione delle cosiddette quote rosa ma lo stato generale del nostro Paese sul tema non è all’avanguardia in Europa tanto che nella classifica dell’apposito Indice elaborato dall’Istituto europeo per l'uguaglianza di genere (Eige) attualmente l’Italia è al 14° posto nella classifica dei Paesi UE-27; infatti, in questo indice calcolato nel 2020 l'Italia ha ottenuto un punteggio di 63,5 su 100 e tale risultato è inferiore alla media dell’Ue di 4,4 punti. La situazione delle donne ai vertici della politica e dei contesti economico-sociali è stata oggetto di una articolata dialettica su “La Repubblica” tra Luca Ricolfi, Elena Stancanelli e Francesca Izzo che hanno dibattuto in modo molto stimolante sul ruolo e le colpe della sinistra in relazione alla scarsità di donne al potere.
    E nella sanità pubblica come è attualmente la situazione della presenza femminile ? Nel 2019 è stata presentata da parte del Ministero della salute una pubblicazione titolata "Le donne nel Servizio sanitario nazionale" che riassume molti dati statistici sul tema. Nel documento si legge che la componente femminile è fortemente presente nel personale del Servizio sanitario nazionale: al 31/12/2019, sono 428.506 le donne che lavorano con contratto a tempo indeterminato presso le strutture del Ssn, ossia il 68% circa del personale del Ssn è costituito da donne (fonte Conto Annuale Igop – Ragioneria Generale dello Stato). In 24 articolate tabelle vengono poi analizzate tutte le situazioni per ruolo, profilo, tipologia di rapporto di lavoro, distribuzione per regioni, fasce di età, incarichi ricoperti, specialità mediche. Di particolare interesse è la tabella a pag. 17 dalla quale si ricava la bassa percentuale di donne “primario” medico (solo il 17%) e, ancor peggio, quella degli apicali veterinari (8,8%) mentre sono in maggioranza le donne direttrici di struttura complessa nella dirigenza sanitaria non medica (62,9%), in quella amministrativa (54,4%) e in quella delle professioni infermieristiche e tecnico-sanitarie (59,7%). Un’altra tabella significativa per la condizione femminile si trova a pag. 20 laddove si può rilevare come in alcune specialità mediche la presenza femminile sia veramente esigua: si va da percentuali superiori al 70% per Neuropsichiatria infantile e Pediatria fino a scendere sotto il 20% per Medicina dello sport, Cardiochirurgia, Ortopedia, Chirurgia maxillo-facciale e Urologia.
    A integrazione dei dati contenuti nella pubblicazione ricordata è interessante analizzare gli aspetti maggiormente politici della presenza femminile nel Servizio sanitario nazionale che qui di seguito si riportano.
     

    PRESIDENTI E ASSESSORI REGIONALI
    Nel livello politico della sanità italiana si riscontra la tendenza ad una netta maggioranza di uomini. Infatti degli Assessori alla Sanità delle 21 realtà regionali solo 4 sono donne (Lombardia, Veneto, provincia di Trento e Abruzzo). Senza dimenticare che dei 21 “Governatori” e Presidenti di Provincia autonoma uno solo è donna (Umbria).
     

    DIRETTORI GENERALI
    Riguardo al vertice manageriale della sanità pubblica - cioè la platea dei direttori generali nelle Asl, Aziende ospedaliere, Aziende ospedaliero-universitarie, Irccs e altri enti di rilievo regionale quali Estar, Alisa, Azienda Zero, Areu, Ares, ecc. - il risultato è il seguente: sul numero complessivo di 192 Direttori generali risultano attualmente in servizio 46 donne, cioè il 24% pari ad un donna ogni quattro uomini. In assoluto è la Regione Lazio quella in cui la squadra dei Direttori Generali ha un record per il numero di donne. Con le ultime nomine del 2021 il numero delle donne alla direzione di Asl e aziende ospedaliere sale a 9 su 18, cioè esattamente la metà. Inoltre, si rilevano le realtà regionali in cui nessuno dei Direttori generali è donna: Abruzzo, Basilicata, Umbria, Liguria, Valle d’Aosta, Provincia autonoma di Bolzano, Provincia autonoma di Trento, Molise; nelle ultime quattro va segnalato, in ogni caso, che l’azienda sanitaria è una sola.
    Ma nell’ambito del Servizio sanitario nazionale agiscono anche altri enti che mostrano una situazione ancora peggiore. Si tratta delle Agenzie per la Protezione dell’Ambiente e degli Istituti Zooprofilattici Sperimentali. Ebbene, delle 21 Arpa esistenti 20 sono guidate da un uomo e una sola da una donna (in Molise) e anche per gli Izs è presente una isolata presenza femminile tra i 10 complessivi Direttori generali (Izs delle Tre Venezie).
     

    FACOLTA’ DI MEDICINA
    Sebbene le ragazze che si laureano ogni anno in medicina siano il 54% del totale (e con tempi minori), la situazione delle carriere universitarie è diversificata in quanto al 74% di presenza femminile tra i Ricercatori e gli assegnisti si contrappone un drastico 18% tra i professori ordinari titolari di cattedre nelle discipline mediche.
     

    VERTICI DEGLI ORDINI PROFESSIONALI
    La situazione degli ordini delle professioni sanitarie appare maggiormente equilibrata perché cinque federazioni hanno uno uomo Presidente (FNOMCEO, FNOVI, ONB, FOFI e CNOP, rispettivamente per medici e odontoiatri, veterinari, biologi, farmacisti, psicologi) mentre in quattro al vertice c’è una donna (FNOPI, FNOTSRM-PSTRP, FNOPO e FNOCF, rispettivamente per infermieri, tecnici rx e delle professioni sanitarie tecniche, della riabilitazione e della prevenzione, ostetriche, chimici e fisici). Il numero complessivo delle Federazioni non corrisponde al totale delle 30 professioni sanitarie ex lege 3/2018 in quanto alcune professioni hanno gli organi ordinistici in comune.
     

    ORGANIZZAZIONI SINDACALI
    Le organizzazioni sindacali maggiormente rappresentative in Sanità sono 15 (9 nell’Area sanità e 6 nel comparto) e gli odierni segretari (o coordinatori o presidenti, secondo i rispettivi statuti) risultano essere 13 uomini e 2 sole donne (Cisl FP e Uil FP sanità pubblica, perché proprio pochi giorni fa la Fassid ha eletto il nuovo Coordinatore nazionale che ha sostituito una donna). Perfino i due sindacati autonomi della professione infermieristica – con la stragrande maggioranza di donne nella categoria - hanno al vertice nazionale un uomo. Per fortuna il maggior sindacato dell’Area delle Funzioni locali dedicato alla dirigenza del S.s.n. ha una donna come segretaria.
     

    ALTRO
    Il Comitato Tecnico Scientifico istituito dal Governo nel 2021 per il supporto alle decisioni relative alla pandemia ha 10 componenti uomini e solo 2 donne. Tra le organizzazioni di settore troviamo un relativo equilibrio con due uomini (Fiaso e Assoarpa) e una donna (Federsanità Anci). L’Osservatorio sulle violenze contro i sanitari di cui all’art. 2 della legge 113/2020 – peraltro ancora da insediare - è costituito “per la sua meta', da rappresentanti donne”. Le commissioni di concorso pubblico – comprese le selezioni per la direzione di struttura complessa – devono avere ove possibile un terzo dei posti di componente riservato alle donne.
    In conclusione, dai dati statistici sopra riportati sembra risultare una situazione abbastanza consolidata: quando per il posto di vertice viene utilizzata la metodologia bottom up dell’elezione diretta – come, ad esempio, per gli Ordini professionali – si riscontra una parità più o meno sostanziale, dovuta probabilmente alla massa critica delle iscritte. Quest’ultima circostanza tra l’altro esclude a monte ogni alibi perché se le iscritte al tal Ordine provinciale dei medici o degli infermieri – che sono in maggioranza – eleggono un uomo come presidente dell’Ordine, vuol dire che va bene così. Quando invece l’incarico discende con logiche top down da designazioni o nomine da parte di autorità sovraordinate lo scenario cambia del tutto e la presenza femminile crolla decisamente. Rispetto a questo schema, forse troppo semplicistico, sussiste comunque una eccezione piuttosto rilevante, quella sopra riportata dei vertici sindacali. A prescindere dalle considerazioni di cui sopra, si segnala, infine, che solo con l’intervento della legge si garantisce la parità o l’equilibrio di genere, come nei citati casi dell’Osservatorio e delle commissioni di concorso.

Stefano Simonetti dal Sole 24 Ore Sanità

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